Grazie alla mia amica Elena ho riascoltato questa omelia di don Tonino Bello. Parole molto significative per il mio cammino di formazione in seminario, parole che risuonano nel mio cuore con la stessa forza anche ora che sono prete da dodici anni. Le condivido con voi perché so che potranno farvi bene come lo hanno fatto a me! 

"Como tú, somos humanos, sentimos, nos alegramos, entristecimos, soñamos, nos confundimos, y acertamos, pecamos y nos levantamos, envejecemos, enfermamos, y morimos... y vivimos!"

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Proprio ieri ho ricevuto questa mail da una cara amica che sta vivendo l'esperienza del Servizio Civile in Africa. La condivido con voi perché possiamo entrare nel mistero del Dio fedele all'uomo, che ci chiede di condividerne la storia e di curarne le piaghe. Nella celebrazione della Messa di questa santa Notte, ricordiamo questi bambini e tutti quelli per i quali il Natale è un giorno "senza pretese".

Caro Maurizio,

ho una storia da raccontarti, la storia di un bambino di nome Emmanuel che oggi mi ha costretto a riflettere sul Natale, ad interrogarmi sulla sua attualità, sul suo significato, oggi 23 dicembre 2009.

Emmanuel ha circa nove anni, è orfano, viveva in campagna con una nonna molto anziana fino a quando lei è venuta a mancare e allora lui ha deciso di spostarsi nella cittadina più vicina dove avrebbe trovato più facilmente del cibo. Per sopravvivere è diventato mybobo, vagabondo, bambino di strada.

Ma qui i mybobo sono considerati una vera piaga sociale, eccessivamente indecorosi per poter girare liberamente durante i giorni di Natale quando ricchi e turisti visiteranno la città. E per questo motivo ieri sera, in una retata, Emmanuel è stato arrestato. Insieme a lui una ventina di altri ragazzini che in pochi giorni ho imparato a riconoscere per nome, venti faccette indurite dalla strada che, se gli si apre appena la porta dell’affetto, sono capaci di spalancarla e dare, prima ancora di prendere. In Caritas, dove lavoro, abbiamo un progetto dedicato a questi bambini: organizziamo attività che li impegnano durante il giorno e, soprattutto, che  li tengono lontani dalla strada, paghiamo loro la tassa scolastica per permettergli di frequentare la scuola, paghiamo loro l’assicurazione sanitaria, obbligatoria per poter entrare in ospedale.

Ora sono tutti in prigione e per vederli abbiamo fatto avanti e indietro tra un commissariato e l’altro per tutto il giorno.

Quando mi ha visto Emmanuel mi ha guardata intensamente come a volermi comunicare un intero mondo. Era insieme a tutti gli altri, nessuno ha osato fiatare e lui ha resistito, mi ha guardata e ha abbassato lo sguardo un paio di volte finchè si è messo a piangere. Lacrime che non ho potuto consolate e che ora mi gonfiano di rabbia. Come si può accettare che un bambino di nove anni passi il Natale in prigione perché orfano e solo? Come è possibile che ancora oggi esistono storie  di una tale crudeltà ed esclusione? Che i bambini sono trattati in questo modo e che la società, indifferente e cieca, lo accetta? Perché?

Il giorno di Natale abbiamo avuto il permesso di passare con loro un po’ di tempo: gli porteremo un dolcetto a testa e delle caramelle nella speranza di distrarli e strappargli un sorriso.

Vorrei che la notte di Natale rivolgessi un pensiero proprio a loro, a questi bambini con un unico vestito che gli si consuma addosso, scalzi e senza pretese per questo Natale.

Un caro saluto,

Cecilia