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anno C

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dal Vangelo secondo Luca (21,5-19)

Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Chi di noi può contare i propri capelli? Eppure nemmeno uno di essi perirà. Il mondo nel quale viviamo non è certamente migliore di quello che emerge dalla Parola di Gesù. Violenze, guerre, terrorismo, disastri naturali, terremoti, liti familiari… Qual è il senso di questi fatti? Siamo forse prossimi alla fine?

Gesù non ce ne svela il significato, dandoci una risposta che elimini tutti i nostri dubbi… Piuttosto ci invita a  trovare in questi avvenimenti un significato in relazione alla nostra esperienza di vita. Di fronte ad essi possiamo assumere due atteggiamenti: quello del disimpegno - “tanto non c’è nulla da fare!” -  che Paolo condanna nella seconda lettura (2Ts, 3,7-12); oppure quello del testimone. “Chi non vuol lavorare ne neppure mangi” dice Paolo a quanti, aspettando il ritorno immediato di Gesù, non si impegnavano adeguatamente nella vita, lasciandosi dominare costantemente dalla preoccupazione e dall'agitazione. Le nostre ansie non aiutano a vivere con responsabilità questo tempo. Non resta allora che assumere l’impegno della testimonianza, l'unica strada capace di rivelare il senso di quanto accade nella nostra storia. E attraverso questo impegno concreto di pace, riconciliazione e perdono - martirio quotidiano per la fedeltà al vangelo - viene donata la sapienza e la parola capace di riempire di significato e di vita il mondo.

Ancora una volta si tratta di prendere posizione, di scegliere quale strada percorrere. Non è il mondo che va male, ma la nostra libertà - usata male  - toglie un po’ di bene al mondo.

Buona settimana!

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anno C

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dal secondo libro dei Maccabei (7,1-2.9-14)

[E il secondo,] giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna». Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori  prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, dicendo dignitosamente: «Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo». Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture.

Dal Vangelo secondo Luca (20,27-38)

In quel tempo, disse Gesù ad alcuni sadducèi, i quali dicono che non c’è risurrezione: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Capita, a volte, di essere scombussolati. Sentiamo di aver perso la bussola e non sappiamo che direzione dare alla nostra vita... Le sofferenze fisiche e morali, la stanchezza e lo stress psico-fisico, le incomprensioni e le attese irrealizzate ci chiudono in noi stessi riducendo ad un lumicino fumigante la nostra capacità di sperare.

Cosa sostiene il martirio dei fratelli di cui parla la prima lettura? La speranza nella vita eterna, la certezza - cioè - che la vita (e il suo significato) non si riduce all'esistenza terrena ma si compie in una pienezza che solo Dio può dare. La vita si apre ad un orizzonte più grande: questa consapevolezza orienta le scelte e rafforza la virtù della fortezza, la capacità cioè di resistere nei momenti difficili senza rinunciare a cercare il Bene.

E tutto questo non è una semplice consolazione psicologica, una "santa" rassegnazione che nulla ha a che fare con la responsabilità dell'uomo sulla sua vita. E' qualcosa di molto concreto, un'esperienza che possiamo fare fin da ora dal momento che siamo "figli della resurrezione, figli di Dio" (Vangelo). La vita eterna non è questione di marito o di moglie, non è una semplice ripetizione della vita terrena purificata dal male e dalla morte... "Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui", e chi vive per lui accoglie la sua Parola. Il Vangelo ci consegna la risurrezione, il Vangelo vissuto è vita eterna. Ogni volta che facciamo scelte evangeliche sperimentiamo la vita piena accogliendo semi di eternità. La morte non farà più paura perchè la speranza cristiana dilaterà il nostro cuore, "una consolazione eterna e una buona speranza, che conforta il nostro cuore e lo conferma in ogni opera e parola di bene" (cfr II lettura, 2Ts 2,16-3,5).

Il Signore vi dia Pace. Buona settimana!

3

anno C

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dal Vangelo secondo Luca (18,9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Il fariseo si sente a posto nei confronti di Dio. La sua preghiera è lo specchio fedele dell'immagine che ha di sè. Noi non siamo diversi: anche quando sappiamo di non essere meritevoli davanti al Padre, desideriamo esserlo e pensiamo che sia possibile pregare solo a chi non ha nulla da rimproverarsi ed è "perfetto" nella vita cristiana. E allora non riusciamo a farlo perché siamo peccatori, limitati, cadiamo sempre negli stessi errori...

La vera preghiera è abbandono fiducioso al Padre, è quella di chi sa riconoscersi peccatore e bisognoso della misericordia di Dio, Padre buono che "non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento" (I lettura, Sir 35,15-17.20-22). E' la preghiera del povero che - fatta con fede - "attraversa le nubi" (I lettura).

Frutto di questa preghiera è la giustificazione, cioé il perdono dei peccati e una rinnovata fedeltà a Dio, il solo fedele. Chi si umilia sarà esaltato, sarà rimesso in piedi - risorto! - perché tutte le genti ascoltino l’annuncio del Vangelo di salvezza (II lettura, 2Tm 4,6-8.16-18).

Questa settimana facciamo nostra la preghiera del pubblicano: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". La ripeteremo nel cuore in ogni occasione: al lavoro, a scuola, sul tram, in macchina, mentre sono a casa e preparo la cena, ecc... Ci accorgeremo che davanti a Dio non conta essere perfetti ma fiduciosi nella sua fedeltà e nella sua santità!

Buona settimana!