anno C

IV DOMENICA DI AVVENTO

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-45)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Due donne in attesa: aspettano un bambino, aspettano la realizzazione di una promessa di Dio. La vita di chi si fida delle promesse di Dio è un cammino: dalla speranza dell'attesa, attraverso la fatica e il dolore del venire alla luce, fino alla gioia del compimento.

L'immagine della gestazione e del parto è così il segno della predilezione di Dio per l'uomo. La sua giustizia, la sua fedeltà si compie nella storia di ciascun uomo che crede nell'adempimento di ciò che il Signore ha detto. La sua promessa realizzata è salvezza e sicurezza per il suo popolo (I lettura, Mi 5,1-4a). E' immagine che ci consegna al mistero della vita che nasce, sorprendente esperienza "creativa", incarnazione dell'Amore che cerca e compie la volontà del Padre (II lettura, Eb 10,5-10). La Parola di oggi ci affida la custodia di questo segno, atto concretissimo di accoglienza della promessa del Padre che ha trovato casa nel grembo della donna Maria.

Buona settimana!

anno C

III DOMENICA DI AVVENTO

Dal Vangelo secondo Luca (3,10-18)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Non c'è motivo di essere tristi quando il Signore è vicino (II lettura, Fil 4,4-7); lui il salvatore potente che ha revocato la nostra condanna (I Lettura,  Sof 3,14-18), rinnovando il suo amore per noi senza tener conto del nostro limite, del nostro peccato, della nostra infedeltà. Vicinanza, la sua, non tanto temporale quanto "fisica". Infatti dal momento che il Signore è entrato nella storia in Gesù di Nazaret, egli è vicino!

Così occorre fare qualcosa. E' la domanda delle folle che ricorrono a Giovanni: a questa egli risponde in modo molto concreto. Giovanni evangelizza lasciando che il Vangelo, la Parola di Dio si incarni nella vita quotidiana di ciascuno. Le belle parole allontanano dalla realtà, la Parola assume la realtà e la trasforma.

Una Parola che invita a compiere alcuni atti di giustizia. Innanzitutto ci chiede di dividere i doni di Dio facendo eucaristia (ringraziare per i beni ricevuti, spezzare/condividere i beni con i fratelli).  Poi ci chiama ad accontentarci di ciò che abbiamo proprio perché la Parola si incarna in questa mia vita e non in un altra. Infine ci domanda di non cercare niente di più di ciò che ci è necessario per vivere, per non aggiungere alle spalle dei poveri un peso che non possono portare (come non pensare, ad esempio, alla grande piaga dell'usura tanto diffusa anche nelle nostre terre?).

E noi, cosa dobbiamo fare?

Buona settimana!

2

anno C

II DOMENICA DI AVVENTO

Dal libro del profeta Baruc (5,1-9)

Sorgi, o Gerusalemme, sta’ in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo come sopra un trono regale. Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio [...].

Il popolo di Israele dopo un lungo esilio torna a casa pieno di gioia, attese e speranza. Nulla può ostacolare questo cammino. Gli anni della deportazione sono stati duri, pieni di nostalgia; anni in cui forte è stata la sensazione dell'abbandono da parte di quel Dio che aveva donato al suo popolo una "terra promessa". La gioia che ora Israele sperimenta è quella di chi riconosce e vive la fedeltà di Dio. In altri termini Dio è giusto perché realizza ciò che ha promesso riconducendo il Popolo alla sua terra.

Il Vangelo di oggi (Lc 3,1-6) allarga questa prospettiva: il Dio fedele chiama tutti gli uomini al Regno di Dio, non più un luogo geografico ma una persona: Gesù Cristo salvatore nel quale ha preso carne la fedeltà e la giustizia di Dio. Una fedeltà che viene ad abitare una storia concreta: la tua, la mia.

E dal momento che Israele ha abitato in terra straniera e il Signore Dio lo ha restituito alla sua terra, tutta la Scrittura invita l'uomo giusto ad accogliere lo straniero, colui che non avendo né una terra né un popolo è particolarmente vulnerabile e solo. Allo stesso modo anche noi, discepoli di Gesù, siamo chiamati alla medesima giustizia dal momento che il Cristo stesso ha conosciuto la precarietà del nomade, lui che è nato in una mangiatoia perché non c'era una casa disponibile ad accoglierlo (cfr. Lc 2,7). E poi, a pensarci bene, Dio è pur sempre il totalmente altro rispetto a noi, straniero rispetto alla mentalità del mondo e di chi si lascia sedurre da esso.

Dunque anche questa seconda Domenica di Avvento ci parla di Giustizia attraverso una sua particolare declinazione: l'ospitalità. Come non pensare allora ai tanti immigrati che muoiono ancora nei nostri mari, o che vorremmo allontanare dalle nostre città? Per noi credenti il problema non è politico, ma teologico: è una questione di fedeltà a Dio e al suo progetto di salvezza per l'uomo. Ogni chiusura nasce dalla paura, e la paura nasce da una identità cristiana non chiara e da una fede superficiale. Ospitare lo straniero tra di noi significa pertanto far crescere la nostra carità "sempre più in conoscenza e in pieno discernimento", perché possiamo essere "ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio" (II lettura, Fil 1,4-6.8-11).

Buona settimana!