"L’episodio risale a qualche anno fa e questo “ritardo” fa parte della “morale della favola”. Una sera ero entrato in casa di mia sorella senza suonare, avendo trovato la porta aperta ai piedi delle scale. Salendo, sentivo venire dalla cucina un suono facilmente riconoscibile: «Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te...».
Non era Radio Maria. Era una voce a me familiare. Nella mia famiglia, finché erano vivi il papà e la mamma, c’era l’usanza di recitare il rosario dopo la cena. Ma non mi era sembrato che l’usanza fosse migrata nelle famiglie dei miei fratelli e sorelle. I tempi della vita in famiglia erano profondamente cambiati, come tutti sappiamo. E poi, a quell'ora sicuramente non si era ancora cenato in casa di mia sorella. Ma allora, chi stava recitando il rosario? Mi affaccio in cucina silenzioso, per il timore di disturbare un momento così nostalgicamente “sacro”.Insieme ai profumi di cucina mi venivano incontro ricordi e affetti della mia infanzia.
«Santa Maria, madre di Dio...»: era la voce di mia nipote. Mi spingo più dentro: era sola.Sorpreso, lei forse più di me al vedermi comparire d’improvviso... Mi saluta con la mano,senza interrompere la recita. Piuttosto imbarazzato, non so se interromperla con la mia curiosità o se unirmi alla devozione. Ancora un’Avemaria e ha finito. «Ciao, zio» mi dice tranquillamente avvicinandosi ai fornelli. «Scusa se ti disturbo... Com'è che stavi recitando il rosario?». «Sai, la mamma...». «Uuh! E brava la mia sorella che ti ha insegnato certe cose!». «Sì, ma non è come credi. La mamma – stavo per dirti – mi ha insegnato che per cuocere l’uovo à la coque si devono dire dieci Avemaria ad alta voce dopo che lo hai buttato nell'acqua bollente».
Tempo di altri tempi.
Certo non è l’Avemaria che fa cuocere l’uovo, ma vorrei non perdere mai quello che mia sorella non ha mai perso: la preghiera come misura del tempo."

(M. Matté in Settmana 42/2012)